Ridere fa bene, lo dicono i medici, lo confermano gli psicologi e, francamente, lo sappiamo tutti per esperienza diretta. Ma perché ridiamo? La risposta non è poi così scontata. Secondo gli studi sul comportamento umano, la risata nasce dall’incongruenza cognitiva: il cervello si aspetta qualcosa, riceve qualcos’altro, e reagisce con una scarica di ilarità. È un meccanismo evolutivo legato alla socialità: ridere insieme crea legami, abbassa le difese, allenta la tensione. Non siamo soli in questa abitudine — anche i topi, i cani e le scimmie producono suoni assimilabili alla risata durante il gioco. La differenza? Solo noi facciamo barzellette sul mondo del lavoro.
L’umorismo ha sempre seguito le ossessioni del momento. Gli antichi Romani, ad esempio, non si facevano scrupoli a ironizzare su politici corrotti, mariti traditi e schiavi furbi — temi che ritroviamo nei testi di Plauto o nel celebre Philogelos, la prima raccolta di barzellette della storia. Oggi, al posto degli schiavi, abbiamo gli impiegati. La sostanza cambia poco.
La barzelletta: il figlio da sistemare
Due vecchi amici si incontrano dopo tanto tempo. Dopo un festoso abbraccio e i convenevoli di rito, uno chiede all’altro:
«Senti, sei ancora vicepresidente di quella grossa azienda?»
«Sì, certo, perché?»
«Vedi, mio figlio si è appena diplomato e vorrei che si forgiasse un po’, guadagnasse qualche soldino. Te lo raccomando, vedi cosa puoi fare.»
«Beh… potrei farlo entrare nel Consiglio di Amministrazione. Non deve sapere niente di particolare, basta che sia presente quando lo chiamo e dica un paio di cavolate. 10.000 euro mensili più le spese. Andrebbe bene?»
«Uhm… non so… troppi soldi, e un posto troppo elevato. Non avresti qualcosa di più semplice per cominciare?»
«Revisore dei conti! Deve solo trovare errori nei rapporti che gli passano e qualche altra stupidaggine. 7.000 euro mensili più vitto.»
«Sei matto? Qualcosa di più umile. Sta appena iniziando.»
«Uhm… vediamo… Direttore! Un paio di ordini al giorno e rompere le sc**ole ai dipendenti. 4.000 euro mensili più viaggi.»
«No, no, troppo troppo…»
«Allora Direttore Marketing. 2.500 euro mensili e non deve fare assolutamente niente: dare quello che gli chiedono e passare le carte che gli arrivano.»
«Ma non c’è niente di più basico? Un gradino più basso da cui iniziare la vera gavetta?»
«Beh, l’unico posto che resta è quello dell’impiegato. Deve maneggiare con attenzione molta documentazione tecnica e finanziaria, lottare con i capi, con i Project Manager, i direttori, gli altri colleghi e pure con gli operai. Deve fermarsi oltre l’orario senza straordinari pagati e lavorare come un mulo affinché i suoi superiori possano vantarsi dei risultati. 1.000 euro mensili, dalle 8 alle 12 ore al giorno.»
«Ecco, sì! Questa sarebbe una gavetta adatta per mio figlio!»
«Impossibile. Mi dispiace. Deve essere laureato, avere un master e avere già molta esperienza.»
Perché fa ridere (e fa anche un po’ male)
La struttura di questa barzelletta funziona per accumulo e inversione: ci aspettiamo che il padre voglia il meglio per il figlio, e invece lo vediamo rifiutare sistematicamente posizioni sempre più comode e redditizie in nome di una fantomatica “gavetta”. Il colpo finale — il ruolo più massacrante e malpagato riservato solo a chi ha titoli e anni di esperienza — ribalta ogni logica e fotografa con precisione chirurgica un’assurdità del mercato del lavoro che, purtroppo, è fin troppo reale.
Ridere di questo è lecito. Anzi, è quasi terapeutico.
