Una nonna scopre perché il nipote ha smesso di andare all’università e capisce di aver detto la frase sbagliata per mesi

C’è un momento, nella vita di molti giovani universitari, in cui il motore interno si spegne. Non è pigrizia, non è mancanza di volontà: è qualcosa di più profondo, difficile da nominare e ancora più difficile da affrontare. Se sei una nonna che osserva il tuo nipote allontanarsi dagli studi, saltare lezioni, rimandare esami all’infinito e sembrare bloccato in una nebbia grigia, probabilmente senti il bisogno di fare qualcosa — ma temi di sbagliare, di essere percepita come quella che giudica, che preme, che non capisce.

Quella sensazione di camminare su un filo sottile tra il voler aiutare e il rischio di peggiorare le cose è reale. E il fatto che tu la senta significa già qualcosa di importante: vuoi essere presente nel modo giusto, non solo presente.

Cosa c’è davvero dietro la perdita di motivazione universitaria

Prima di capire come muoversi, vale la pena capire cosa sta succedendo. La demotivazione negli studenti universitari raramente nasce dal nulla. La ricerca psicologica sul tema è ampia e concorde: la perdita di motivazione accademica è spesso collegata a cause precise, riconoscibili e — fatto importante — affrontabili.

Una delle più comuni è la discrepanza tra aspettative e realtà: il corso di laurea scelto non corrisponde più a chi si è diventati nel frattempo. La motivazione, secondo studi consolidati in psicologia dell’educazione, dipende strettamente dalla percezione di valore e di coerenza tra il percorso scelto e la propria identità. A questo si aggiunge spesso la cosiddetta sindrome dell’impostore, molto diffusa tra gli universitari soprattutto dopo i primi insuccessi: la sensazione di non essere davvero all’altezza può paralizzare anche gli studenti più capaci. E poi c’è l’ansia da prestazione cronica — paradossalmente, chi si preoccupa molto del risultato a volte finisce per non presentarsi nemmeno agli esami, perché evitare la prova diventa un modo per evitare il rischio di fallire. Infine, specie dopo gli anni della pandemia, pesa molto l’isolamento: molti giovani adulti faticano a costruire un legame reale con l’ambiente universitario, e quella solitudine lascia tracce profonde sulla motivazione.

Riconoscere questi meccanismi non significa giustificare l’inerzia, ma significa smettere di leggere il comportamento del nipote come un difetto di carattere. Questo cambio di prospettiva è il primo passo, e riguarda te, prima ancora di riguardare lui.

Il ruolo della nonna: né giudice, né salvatore

Il rischio più comune, quando si vuole bene a qualcuno che sta attraversando un periodo difficile, è oscillare tra due estremi: o si interviene con forza — consigli, richiami, confronti con “come si faceva una volta” — oppure ci si ritira del tutto per paura di disturbare. Entrambe le posizioni, però, possono lasciare il giovane solo.

Esiste una terza via, e non è un compromesso: è una presenza autentica e non condizionale. Significa stare vicino senza che la vicinanza dipenda dai risultati accademici. Significa che lui non deve “meritarsi” il tuo affetto portando a casa un esame superato.

Cosa puoi fare concretamente

Ci sono alcune azioni semplici ma potenti, lontane dalla retorica del “ce la puoi fare”. La prima è invitarlo a stare con te senza un’agenda nascosta: una cena, una passeggiata, un pomeriggio insieme. Non un’occasione per parlare di università, ma uno spazio in cui lui possa sentirsi a suo agio, senza aspettative. La seconda è fare domande aperte, non valutative: non “come mai non vai alle lezioni?” ma “come stai, davvero?” oppure “c’è qualcosa che ti pesa in questo periodo?”. La differenza è abissale — la prima mette sotto accusa, la seconda apre una porta.

C’è poi una risorsa straordinaria che le nonne spesso sottovalutano: la propria storia. Se hai attraversato momenti di smarrimento, di scelte sbagliate, di periodi in cui non sapevi dove stavi andando, condividilo. Non come lezione morale, ma come racconto umano. I giovani adulti hanno un bisogno profondo di sapere che si può attraversare il buio e venirne fuori. E infine, evita i confronti generazionali: “ai miei tempi non ci si poteva permettere di non studiare” è una frase che chiude ogni dialogo, non perché sia falsa, ma perché produce solo difensività.

Quando la preoccupazione deve diventare un segnale d’allarme

C’è una linea che separa la crisi motivazionale — che può essere attraversata e superata — da qualcosa che richiede un supporto professionale. Se noti che il nipote si isola completamente, ha cambiamenti marcati nel sonno o nell’alimentazione, parla di sé in modo molto negativo o sembra privo di qualsiasi prospettiva futura, è importante che qualcuno vicino a lui consideri un percorso di supporto psicologico.

Molte università italiane offrono sportelli di ascolto psicologico gratuiti per gli studenti. Non è una soluzione estrema: è uno strumento, esattamente come andare dal medico quando si ha la febbre. Se ritieni che lui possa aver bisogno di questo tipo di supporto, puoi sollevare l’argomento con delicatezza: “Ho sentito che la tua università ha uno sportello di ascolto, lo sapevi? Non perché penso che tu stia male, ma perché mi sembra un’ottima cosa avere qualcuno con cui parlare senza dover dare spiegazioni ai familiari.”

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Il tempo è dalla tua parte

Una delle cose più difficili da accettare per chi ama un giovane in difficoltà è che non tutto si risolve in fretta, e non tutto si risolve grazie a noi. A volte il contributo più grande che possiamo dare è semplicemente non sparire. Essere presenti, costanti, senza fare del nostro amore una pressione aggiuntiva.

I dati offrono una prospettiva utile: tra gli studenti che sospendono temporaneamente gli studi, una quota significativa riprende il percorso entro due anni, spesso con tassi di completamento superiori alla media. Il rallentamento, in molti casi, non è una fine. È una rotta che si sta ricalibrando.

Tu, come nonna, puoi essere la persona che rende quel periodo meno solitario. Non quella che spinge verso la meta, ma quella che ricorda a lui che, qualunque cosa succeda, c’è qualcuno che lo guarda con occhi che non lo giudicano. Ed è più potente di qualsiasi consiglio.

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