Ridere fa bene, questo lo sappiamo tutti. Ma perché ridiamo? La scienza ha una risposta abbastanza precisa: il cervello umano percepisce l’umorismo come una violazione benigna, ovvero qualcosa di inaspettato che rompe le nostre aspettative senza rappresentare una minaccia reale. È la sorpresa, in fondo, il motore della risata. E non siamo soli in questo: anche i ratti, i grandi primati e persino i cani mostrano comportamenti assimilabili alla risata, con vocalizzazioni specifiche durante il gioco. Noi umani, però, siamo gli unici a costruirci intorno delle barzellette.
Nella storia, l’approccio alla comicità è cambiato parecchio. Gli antichi Romani adoravano l’ironia sociale e politica: si rideva delle figure di potere, dei nouveaux riches goffi e arroganti, dei militari fanfaroni. Marziale e Giovenale costruivano satire taglienti come rasoi. Insomma, prendere in giro chi si credeva superiore era già allora uno sport nazionale. Alcune cose non cambiano mai.
La barzelletta
Tre teppisti in motocicletta arrivano al parcheggio di un bar, dove un camionista ha appena sistemato il suo mezzo. I tre gli fanno lo sgambetto: lui evita per un pelo di cadere, si gira verso di loro, ma non dice niente.
Entrati nel bar, i tre ordinano tre birre. Il camionista ordina una bibita. Tanto per gradire, i teppisti gliela prendono e gliela rovesciano in testa. Lui li guarda. Non dice niente. Poi si alza, esce dal bar e se ne va.
I tre ridono alle sue spalle:
«Che sciocco, non sa neanche difendersi!»
Il barista li sente e, senza alzare la voce, ribatte:
«E ad occhio e croce non sa neanche guidare… è uscito dal parcheggio prendendo in pieno le vostre tre motociclette.»
Perché fa ridere
Questa barzelletta funziona perché ribalta completamente la gerarchia percepita. Per tutta la storia siamo convinti che il camionista sia la vittima: subisce lo sgambetto, subisce la bibita in testa, se ne va senza fiatare. Sembra uno che ha perso. Ma nell’ultimo secondo scopriamo che aveva già vinto prima ancora di entrare nel bar. La sua apparente passività era, in realtà, una vendetta silenziosa e devastante. Il colpo di scena finale — il classico twist comico — arriva dal personaggio più neutro della scena, il barista, che diventa involontariamente il narratore della disfatta dei teppisti. La risata scatta proprio lì: nel momento in cui realizziamo di aver tirato le conclusioni sbagliate per tutta la storia.
