Ridere fa bene, questo è risaputo. Ma perché ridiamo? La scienza ha una risposta, anche se parziale: il cervello umano percepisce l’umorismo come una violazione benigna, ovvero qualcosa che rompe le aspettative senza causare danni reali. Entra in gioco il sistema dopaminergico, quello della ricompensa, lo stesso che si attiva con il cibo o con la musica. Non siamo soli in questa capacità: scimpanzé, bonobo e persino ratti producono vocalizzazioni associate al gioco che i ricercatori considerano una forma primitiva di riso. La differenza è che solo noi ci facciamo delle battute sui suoceri. Nella storia, il senso dell’umorismo ha cambiato forma ma non sostanza: gli Antichi Romani, per esempio, erano ghiotti di ironia sui politici corrotti, sulle mogli infedeli e, soprattutto, sulle disgrazie altrui. Il De Ridiculis di Cicerone è uno dei primi trattati teorici sulla comicità, e già allora si rideva di cadute, malintesi e figuracce sociali. Insomma, duemila anni fa come oggi: niente fa ridere più di chi si mette nei guai da solo.
La barzelletta
Un signore molto alto, quasi due metri, entra in un negozio di scarpe e chiede alla commessa di portargli un paio da provare.
La commessa gli chiede:
– Che numero porta?
– Il 39.
– Il 39??? Ma è sicuro???
– Sì sì, il 39 va bene.
La commessa è stupita e si chiede come farà quell’uomo a infilare i suoi piedi enormi in un numero così piccolo… Ma comunque gli porta quello che ha chiesto.
L’uomo fa una fatica enorme a infilare quelle scarpe. Arrivano tutti i commessi del negozio ad aiutarlo… Alla fine ce la fa! Si alza, muove qualche passo doloroso… La commessa gli fa timidamente notare:
– Signore, ma non vorrebbe provare un numero più grande?
– No, questo va benissimo!
Il signore ringrazia tutti, paga e se ne va.
Il giorno dopo torna in negozio:
– Buongiorno, vorrei un altro paio di scarpe!
– Buongiorno… ah sì, mi ricordo di lei! È il signore di ieri. Vuole sempre il numero…
– 36!
– 36??? Ma è sicuro??? Il 36 è da bambino!
– Le dico che voglio il 36!
– Va bene, come desidera.
Anche stavolta arrivano tutti i commessi per aiutarlo a infilare quelle scarpe… Dopo due ore, finalmente ci riescono. L’uomo si alza, cammina tutto storto, paga, saluta e se ne va.
Dopo qualche giorno, torna un’altra volta. La commessa lo riconosce e stavolta glielo chiede direttamente:
– Mi scusi, signore, ma perché vuole sempre numeri così piccoli?
– Eh, capisco la sua curiosità. Vede, una volta ero un ricco industriale, avevo molti soldi. Poi sono andato sul lastrico. Mia moglie è scappata con l’amante. Mio figlio si è dato alla delinquenza… Ora non ho più niente. Nessuna gioia, nessun conforto. Neanche la televisione ho. Quando torno a casa dopo aver camminato tutto il giorno, l’unica soddisfazione che mi rimane è il momento in cui mi tolgo le scarpe…
– Aaaah!
Perché fa ridere
Questa barzelletta è un piccolo capolavoro di umorismo assurdo con un finale a sorpresa. Per tutta la storia, chi legge si aspetta una spiegazione logica al comportamento bizzarro del protagonista: piede deforme? Scommessa? Mania ossessiva? Niente di tutto questo. La risposta è semplicissima e al tempo stesso geniale: l’uomo soffre talmente tanto da trovare piacere solo nel sollievo di togliersi scarpe troppo strette. È la classica struttura della violazione benigna: il cervello viene ingannato, l’aspettativa viene capovolta, e la tensione accumulata si scioglie in una risata. Con, in bonus, un pizzico di malinconia esistenziale che rende tutto ancora più umano.
