C’è chi sogna una vita tranquilla, magari in un ufficio silenzioso dove le scadenze sono suggerimenti gentili, e poi ci sono quelli che sembrano attratti dal caos come falene dalla luce. Quelle persone che, inspiegabilmente, scelgono sempre il lavoro più stressante, la posizione con più responsabilità, l’ambiente dove la pressione è così alta che potresti friggere un uovo sulla scrivania. Ma cosa si nasconde dietro questa apparente attrazione per l’autodistruzione professionale?
Il paradosso del workaholic seriale
La psicologia del lavoro ha dedicato parecchie energie a studiare questo fenomeno, e la risposta non è semplice come “sono masochisti”. Secondo diversi studi nel campo della psicologia organizzativa, la ricerca costante di ambienti ad alta pressione spesso affonda le radici nell’infanzia, in quel periodo delicato dove impariamo cosa ci rende degni d’amore.
Per molte di queste persone, l’approvazione genitoriale arrivava solo attraverso risultati eccezionali. Il voto normale non bastava, serviva il massimo. Lo sport fatto per divertimento era tempo sprecato, meglio puntare alla competizione. Questo schema mentale si cristallizza e diventa una sorta di copione che ripetiamo all’infinito nella vita adulta, cercando quel senso di valore che ci è sempre stato condizionato al successo.
Quando lo stress diventa identità
Ma c’è un altro aspetto ancora più sottile. Per alcune persone, lo stress costante funziona come anestetico emotivo. Quando sei sommerso da scadenze impossibili, riunioni fiume e progetti che si accavallano, non hai tempo di pensare a quel vuoto interiore, a quelle domande scomode su chi sei veramente quando togli la maschera professionale.
La psicologa Carol Dweck, famosa per i suoi studi sulla mentalità di crescita, ha evidenziato come alcune personalità siano orientate alla sfida continua come meccanismo di sviluppo personale. Non è necessariamente patologico, ma diventa problematico quando il riposo viene percepito come fallimento e la calma come un segnale d’allarme.
Il circolo vizioso della validazione esterna
Qui entra in gioco un meccanismo perverso: più lavori stressanti affronti, più ricevi riconoscimenti esterni. I colleghi ti ammirano, il capo ti nota, la società ti premia con titoli e aumenti. Questo rinforzo positivo alimenta il comportamento, creando una dipendenza dalla validazione che arriva solo quando sei al limite delle tue forze.
Ricerche nel campo delle neuroscienze hanno mostrato che il cervello rilascia dopamina quando raggiungiamo obiettivi difficili. Per chi ha costruito la propria autostima su queste fondamenta traballanti, il lavoro ad alta pressione diventa letteralmente una droga, con tanto di assuefazione e bisogno di dosi sempre maggiori di stress per sentirsi vivi.
Riconoscere il pattern per cambiarlo
La buona notizia è che riconoscere questo schema è il primo passo per modificarlo. Non si tratta di diventare improvvisamente pigri o di abbandonare l’ambizione, ma di disaccoppiare il proprio valore personale dal rendimento professionale. Significa imparare che anche quando non stai producendo, anche quando riposi, anche quando scegli un progetto meno prestigioso ma più sostenibile, vali comunque.
Gli esperti di psicologia del lavoro suggeriscono di iniziare a notare quando la scelta di un lavoro stressante risponde a un bisogno autentico di crescita e quando invece è la ripetizione automatica di uno schema appreso. A volte quella posizione ad alta pressione è davvero stimolante e allineata con i tuoi valori. Altre volte è solo un modo sofisticato di evitare te stesso, nascondendoti dietro una montagna di responsabilità che giustificano ogni mancanza nella tua vita personale.
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